Cieca, finalmente

Era solita svegliarsi presto, legarsi i capelli in uno chignon disordinato e rimanere in silenzio ad osservare il risveglio della città.
Non una macchina, non un passante.
Solo la melodia dell’aria che accarezzava le foglie e portava con sé il fresco di un nuovo giorno.
Si era chiesta spesso che senso avesse tutto il baccano della vita: il rumore del clacson, gli pneumatici che sfregano l’asfalto, il suono delle tazze poggiate sui banconi dei bar, due vecchi amici che ridono e intonano melodie che danzano sulla frequenza dei loro ricordi.
Nella quiete dell’alba cercava le note giuste per unirsi, anche lei, al canto della vita.
Le piaceva la colazione lenta, di quelle con un buon libro tra le mani.
Il tempo correva via tra le pagine di storie che la sua mente rappresentava come sceneggiature di un film di cui, lei stessa, ne era la protagonista.

Amava perdersi nei suoi pensieri, forse sin troppo.
Le dicevano di non addentrarsi in luoghi di cui non conosceva le coordinate ma lei, testarda, trovava impossibile perdersi in sé stessa.
Al massimo, avrebbe potuto ritrovarsi.
Conosceva benissimo i suoi vicoli ciechi: talvolta, aveva paura di attraversarli da sola.
Nonostante ciò, non gli stava alla larga.
Indossava scarpe comode in sentieri scomodi, vestiti larghi in strade strette.

Sognava spesso vite straordinarie per fuggire dall’ordinario.
Dubitava, sempre.
Dipingeva emozioni con colori indelebili su tele invisibili.
Le davano l’illusione di un eterno vivere, di un eterno morire.
Le piacevano le tinte tenui: addolcivano l’impertinenza dei suoi sentimenti.
Non esponeva mai i suoi quadri ma solo perché non si reputava capace di reggere gli sguardi della gente.
Si nascondeva ma in nascondigli troppo piccoli.
Desiderava la libertà ma nel suo silenzio c’era solo schiavitù.

Un giorno, uscendo di casa, vide in lontananza uno strano nastrino arancione.
Era curiosa, da sempre.
Si avvicinò e dopo qualche secondo di esitazione lo prese tra le sue mani. Era di un tessuto morbido, caldo ed avvolgente. Ci giocò per un po’ passandoselo tra le dita come fosse un amuleto magico.
Lo portò davanti al suo volto e, con un tocco leggero, ci si coprì gli occhi.
Lasciò cadere, insieme ai capelli dorati, un’estremità del nastro lungo le sue spalle curve e, con tutta la forza che aveva, prese a fare lunghi respiri.

Era cieca: aveva totalmente perso le coordinate.
Eppure non era mai stata così felice.



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *