DIARIO DI BORDO: GIORNO 2

La prima notte in ostello è stata sorprendentemente piacevole.
Ore ventidue spaccate: dopo aver messo, ancora una volta, alla prova le mie scarse doti linguistiche, ho guardato Francisca e le ho detto “goodnight”. Sorprendentemente dopo dieci minuti ero già tra le braccia di Morfeo.
Probabilmente la stanchezza non mi ha dato modo di patire eccessivamente il caldo, ne tantomeno di sentirmi disturbata dal continuo sottofondo di galline ed uccelli vari.
Ogni tanto, durante la notte, è capitato che mi svegliassi per qualche attimo, giusto il tempo di buttare un occhio al letto accanto per accertarmi che non stessi vivendo un sogno.

Alle sette e quarantacinque la mia sveglia ha fatto saltare in aria la mia compagna di stanza che, di certo, non si aspettava una sveglia così molesta come quella che ho dovuto scegliere per riuscire a non dormire a tempo indeterminato.
Senza troppe cerimonie sono scesa a fare colazione e Francisca mi ha seguita a sua volta.
Mentre sorseggiavo il mio latte, una valanga di domande difficili rigorosamente in inglese hanno assalito il mio povero cervello ancora settato sulla modalità notturna.
Disperata, tirai fuori Google Translate per soddisfare ogni curiosità mattutina della mia compagna di stanza.

Alle otto e quarantacinque ero lavata, vestita e carica per affrontare la giornata che avevo davanti.
Pensandoci bene, una giornata mi pareva davvero molto lunga.
Ecco che il mio cervello tornò alla carica: “hai voluto fare la figa ed ora? Sentiamo, come pensi di far passare le prossime dodici ore?”
Feci un respiro profondo ed ecco che i frutti della terapia vennero a bussare alla mia porta.
“Di cosa hai bisogno?”
Era la mia voce interiore che, timidamente, provò a soccorrermi.
Oddio, non voglio prendermi tutti i meriti… sarebbe più corretto dire che, a venirmi in soccorso, è stata la voce della mia psicologa che, a quanto pare, ho interiorizzato abbastanza bene.

I piedi non avevano molta voglia di attivarsi ma le mie mani si. Erano palesemente impazienti.
Scrivere. Semplicemente scrivere.
Ecco tutto ciò di cui avevo bisogno.
Accesi il mio pc e, seduta su una poltroncina della sala comune dell’ostello, iniziai a scrivere.

Ore undici: perdo sempre la cognizione del tempo quando scrivo.
Soddisfatta e con un sorriso a trentasei denti decisi che potevo mettermi finalmente in cammino.
Presi giusto l’essenziale e lo infilai nella mia borsa di tela che, all’evenienza, trasformo in uno zainetto ed uscii.
Non avevo una meta ma mi sembrava essenziale procurarmi del cibo.
Adocchiai un alimentari su Maps e tre kilometri dopo ero proprio lì.
Tra campagne e salite, sotto il non fresco sole di mezzogiorno, conquistai un etto di prosciutto cotto, due pesche e tre fichi.
Nella borsa avevo ancora due fette di pane del giorno precedente ed il famoso cetriolo.
Il pranzo perfetto!
Lo consumai sull’unica panchina all’ombra che c’era nei paraggi e poi decisi di lasciarmi guidare dall’unico segnale in strada che aveva attirato la mia attenzione.

“Cammino della luce”
Ripensai alla domanda del giorno prima: “perché parti da sola?”.
La parola luce su quel cartello aveva toccato qualcosa dentro di me.
Per un attimo ho visualizzato chiaramente il mio buio interiore.
Avevo scelto di partire da sola perché dovevo dare ascolto, dovevo dare luce a quella parte di me che era stanca di essere messa da parte.

La frenesia delle mie giornate, le persone attorno e tutto ciò di cui mi riempio non mi permettono quasi mai di arrestare il passo.
Eppure, il mio corpo me lo sta chiedendo in tutte le lingue possibili.

Il cammino era lungo molti più chilometri di quelli che ho potuto percorrere io per questioni di tempo.
Dieci chilometri li portai comunque a casa e, soddisfatta tornai in ostello meritevole di una doccia.

La giornata non era ancora finita!
Avevo, incredibile ma vero, un impegno in agenda!
Da poco più di due anni, ho la fortuna di inviare lettere ad Arianna: un’anima dolcissima che abita proprio in territorio umbro e che non avevo mai incontrato prima.
Quel poco che sapevo su di lei lo sapevo dai nostri preziosi scambi epistolari iniziati per merito di un’iniziativa di Carolina Zuniga.

Quando programmai il mio viaggio, fantasticai sull’idea di incontrarla e dar finalmente voce a quelle parole scritte ma, come sempre, il mio cervello si fece prendere da tutte le ansie del caso.
Non sembra, ma se voglio so essere molto timida e socialmente incompetente.
Poi però, per un buffo caso – che caso non è – mi è arrivata la sua ultima lettera.
Ad un certo punto, scriveva qualcosa tipo “non ti nego che ogni tanto fantastico sulla possibilità di fare tutti questi discorsi davanti ad un caffè”.
Incredibile, no?
Aprii Instagram e le scrissi immediatamente, bypassando per un attimo l’antica carta.

“Il venticinque sarò da te” fu questo il suo “verdetto” finale.

Arianna ha un’energia bellissima, si percepiva chiaramente dal tocco della sua penna.
Fin dalla nostra prima lettera è riuscita ad emozionarmi, dipingendo con le parole su carta proprio come gli artisti.
Ero un po’ emozionata all’idea di incontrarla. Generalmente, la mia indole da disadattata sociale non mi aiuta a stare al mondo e non avrei escluso che potesse farmi brutti scherzi anche in quell’occasione.

No, non è andata così.
Con le persone giuste ti senti giusta e quella sensazione di inadeguatezza, mia fedele compagna di viaggio, svanisce.

Ebbi da subito il piacere di scoprire che Arianna ha un senso dell’orientamento quasi peggiore del mio ma che, da buon anima in cammino, ama l’avventura.
Aggiungere un’altra manciata di chilometri alla mia giornata è stato estremamente piacevole poiché accompagnati da una generosa dose di chiacchiere.
Quelle leggere, spontanee, che scorrono senza fatica.
Parole che si intrecciano al paesaggio e fanno sembrare il tempo meno urgente.

Salutai Arianna con il cuore stracolmo di gratitudine e, dopo aver riattivato la mia circolazione era finalmente giunta l’ora di una doccia.
Sulla cena non mi soffermerei troppo, mia madre potrebbe non essere felice di sapere che ho cenato con una pesca e due fette di pane!

Ore ventuno: apro whatsapp e vedo che nel gruppo dell’evento a cui avrei preso parte il giorno seguente stavano organizzando un’uscita serale.
Ci pensai su per qualche istante ma la risposta era ovvia: sarei rimasta seduta ancora qualche ora fuori dall’ostello a scrivere sotto un magnifico e silenzioso cielo stellato.
Non credo mi ricapiterà poi così tanto spesso.
Adoro perdermi così.

L’aria era fresca, il vento mi accarezzava i pensieri ed io mi sentivo incredibilmente calma.
Riuscivo a percepire ogni singolo pezzo del mio corpo.
Era tutto così strano.
Fino a due giorni fa, nella mia testa, una rivolta ad armi da fuoco.

Oggi solo un pensare calmo. A tratti difficile, scomodo ma calmo.

Chiudo gli occhi, domani un nuovo giorno.



P.S. Arianna canta, canta benissimo e visto che qui condividiamo bellezza, io vi invito a premere il tasto play qui sotto.

Spero possiate trovare anche voi anime in cammino che vi facciano sentire a casa ovunque andiate.

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